C'era una volta

Utente: claudine2007
Nome: Claudine Giovannoni
Mi sento unicamente una "Cittadina del Mondo"... scrivo per passione... Vivo nella primavera dei sensi, dove i contorni della fantasia si confondono, tuffandosi a capofitto nel mio cuore, in un'altra dimensione. Cammino in una fiaba nella quale i suoi personaggi prendono vita, secondo dopo secondo, conducendomi per mano. Se la curiosità si impossessa dei vostri sensi... seguitemi nel mio Regno!! Ma vi avverto... sono imprevedibile e non sempre sono quella che voi credete io possa essere!


[Hymne du Chevalier]

Doucement
dans le vent,
une voix parle
de ton abandon.
Tu m'embrasse
avec tes pensées,
le long des journées
sans soleil
[papillons]
tes nuits
sans ma peau.
Comme musique qui dance
profonde et intime
épuisée des regards
me demandent
si je t'aime...
l'âme égarée
retrouvée
derrière la raison
clues parmi les étoiles
[papillons]
qui brillent d'autre lumière
jamais plus
sur terre.


claudine


LEGGO - SOGNO & COLTIVO SAPIENZA



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Non a caso

Ho percorso milioni di chilometri, girando il mondo di terra, di acqua e di aria…
Ho dunque compiuto tanti viaggi, anche in altri mondi, dove non ci sono paesi con nomi precisi e le carte geografiche cambiano ogni momento sotto i tuoi occhi.
Dove à ancora più facile perdersi che nell'immenso cielo oscuro sopra gli oceani e dove il carburante lo devi continuamente cercare dentro di te.
Dove ti capita di scoprire che ciò che credevi a portata di mano ti sfugge ogni volta che cerchi di afferrarlo e quello che invece ti sembrava tanto lontano e irraggiungibile ce l'hai davanti agli occhi, se lo sai riconoscere.

Sono una sognatrice: innamorata della vita e di tutto ciò che essa abbraccia, in questo suo ampio e lussureggiante amplesso fatto d’amore e di serenità.
Scrivo per passione, trasportando fuori dal cuore sensazioni e fantasie.


Ibelin...la mia musica



Portami con te

Claudine, una cittadina del mondo


Carezze d'un funambolo

[Follia per "sophia"]

Una luce penetra
l’ anima mia

è una lama
di acciaio rovente
è fuoco greco
che da calore
alla mia attesa

il sentiero
che porta alla valle di polvere antica
accoglie le mie orme
pesanti di pensieri
-curiosi-

capelli sciolti
al vento del nord
carezzano desideri
mai sopiti
demone fuggito
dalle pagine ingiallite
di un libro antico
-alchimia di una magia-

agile il passo
la fronte su “al natihâ€
mentre al sud
nuvole riempiono
un cielo
fatto d’azzurro

sull’orizzonte
i contorni della rocca
dimora dei sogni senza tempo
è…â€lucusâ€



[Questo piccolo quaderno]

questo piccolo quaderno
che raccoglie i miei sospiri
e i miei sorrisi
mi accompagna paziente
nel cammino della conoscenza

seguo le righe
sentieri
dove sfogliare
petali di speranza
o di inquietudine
spazi bianchi
che accolgono
il mistero della mia coscienza
confini senza tempo
e senza orizzonti
dove affoga la mia ebbrezza
di vita
segni che si intrecciano
in fili di inchiostro
perduto nel mio vagare
sulle tracce della mia anima
verso risposte lontane
e parole
e frasi
che formano pensieri
e come foglie adagiate al vento
scorrono leggere
sulla corrente
e soffici
si adagiano
su un foglio di terra
ed un canto
di melodie intime
riempie il mio vuoto
di eterna attesa



[Lungo fili di Cristallo]
Lorenzo De Vanne & Claudine

Tu as déchiré les espaces dans les ténèbres
comme ceux de la lumière
en te couchant sublime sur mon âme.
Effleure mes mains
emmène moi avec toi à voler
dans le monde enchanté
des sentiments.

Ce soupir qui a caressé mon esprit
est désormais logé dans mon imagination
et t’avoir rencontrée...
mais vivre avec toi est une chimère
qui m’embrasse jour après jour
dans la découverte d’un mirage

comme magie dans le désert
où la seule fleur
est l’icône reflétée des rêves
là j’ai trouvé frais réconfort
a mon inquiète soif.
Tu avales à la source de mon cœur
ta tête posée sur ma poitrine
cependant tu écoutes mes palpitations
et je te vois sublime.
Serre moi dans tes bras, ne me laisse pas.

Dans l’union de baisers murmurants
et des caresses de lune
les mots s’entrelacent
le long des fils de cristal où nous nous acheminons
au-delà de la fascination.
Se tresse désormais la révélation
tu es dans moi
je suis dans toi
nous sommes le monde
et les yeux…. tournés vers l’horizon…







Orme


by Blografando&AB


Musa Calliope


Tracce di un'anima

â€Domus†di Lorenzo de Vanne



L'acqua non aspetta mai...

Vedo che nella tua personalità c'è molta acqua. L'acqua non aspetta mai. Cambia forma e scorre attorno alle cose, trovando sentieri segreti a cui nessuno altro ha pensato: un pertugio nel tetto o un piccolo buco in fondo a una scatola. Senza alcun dubbio è il più versatile dei cinque elementi. Può dilavare la terra, spegnere il fuoco, far arrugginire un pezzo di metallo e consumarlo. Persino il legno, che è il suo complemento naturale non può sopravvivere se non viene nutrito dall'acqua.
Io ti ritrovo in questo, ma non voglio essere nulla ne terra ne fuoco ne metallo ne legno per il tuo scorrere, voglio solo essere il letto dove scorri placida o tumultuosa o esigua o impetuosa ma che riconduce, riporta alla foce o all'origine ma raccoglie e incanala.
Lorenzo de Vanne


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Come vento:*loading* dal Nord




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martedì, 07 luglio 2009

In dedica...

Jos

Ahhh les mots...
sublimes créatures qui vengent ta présence ici... patience...

Je t’ai promis un sonnet pour piano…
donc, attende moi… il me faut du temps !

Ravie
:-)claudine

 

 

domenica, 21 giugno 2009

Solstizio d'Estate... un Wicca in onore a Gaia

Creazione @Barbara:  http://cerchiofatato.splinder.com

Una lirica particolare... per ricordare una "Notte" nella quale la Grande Magia prenderà vita...  Vi lascio il link dove potete leggere la mia poesia che è stata donata per la pubblicazione unicamente alla fatina Alfrojul

 

http://www.alfrojul.net/Solstizio_2009/solstizio_Claudine.htm

© claudine2007

 

sabato, 20 giugno 2009

Solo NOI possiamo fare la differenza... per un Mondo migliore!

Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di apprendimento, il padre di uno degli studenti fece un discorso che non sarebbe mai più stato dimenticato da nessuno dei presenti.
Dopo aver lodato la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una  domanda:
- Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la natura fa il suo lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio Shay non può imparare le cose nel modo in cui lo fanno gli altri bambini. Non può  comprendere profondamente le cose come gli altri. Dov'è il naturale ordine delle cose quando si tratta di mio figlio? -

Il pubblico alla domanda si fece silenzioso.

Il padre continuò: - Penso che quando viene al mondo un bambino come Shay, handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta la grande opportunità di realizzare la natura umana e avviene nel modo in cui  le altre persone trattano quel bambino -.

A quel punto cominciò a narrare una storia:

“Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un parco dove Shay sapeva che c'erano bambini che giocavano a baseball. Shay chiese: 'Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?'
Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli  fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la  speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno.
Il padre si Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare. Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e disse:
'Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all'ottavo inning. Penso che possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono'
Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su la maglia del team. Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con u n senso di calore nel petto. I ragazzi videro la gioia del padre all'idea che il figlio fosse accettato dagli altri. Alla fine dell'ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era sempre indietro di tre punti.
All'inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo. Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo all'idea di giocare in un campo da baseball e con un enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio salutava suo padre sugli spalti.
Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora, con due out e le basi cariche si poteva anche pensare di vincere e Shay era incaricato di essere il prossimo alla battuta.
A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay anche se significava perdere la partita?
Incredibilmente lo lasciarono battere.
Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva nemmeno tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla.
In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che la squadra stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza.
Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la palla.
Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente la palla a Shay.
Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta colpì la palla che ritornò lentamente verso il tiratore.
Ma il gioco non era ancora finito.
A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto darla all' uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita sarebbe finita.
Invece...
Il tiratore lancio la palla di molto oltre l'uomo in prima base e in  modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre cominciarono a gridare: 'Shay corri in prima base! Corri in prima base!'
Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece e così raggiunse la prima base.
Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall'emozione.
A quell punto tutti urlarono:' Corri fin o alla seconda base!'
Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato.
Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva ormai recuperato la palla.
Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla quindi sapeva di poter vincere e diventare l'eroe della partita, avrebbe potuto tirare la palla all'uomo in seconda base ma fece come il tiratore prima di lui, la lanciò intenzionalmente molto oltre l'uomo in terza base e in modo che nessun altro della squadra potesse accoglierla.
Tutti urlavano: 'Bravo Shay, vai così! Ora corri!'
Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta.
Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia.
A quel punto tutti gridarono:' Corri in prima, torna in base!!!!'
E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono n aria e ne fecero l'eroe della partita.
'Quel giorno' disse il padre piangendo 'i ragazzi di entrambe le  squadre hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero amore ed umanità’.
Shay non è vissuto fino all'estate successiva.
E' morto l'inverno dopo ma non si è mai più dimenticato di essere l'eroe della partita e di aver reso orgoglioso e felice suo padre non dimenticò mai l'abbraccio di sua madre quando tornato a casa e le raccontò di aver giocato e vinto.

Serenità e buone vacanze!   :-)claudine

lunedì, 15 giugno 2009

Uomo vitruviano...

 

postato da: claudine2007 alle ore 01:04 | link |
categorie: passione, reminescenze, fusione di anime
lunedì, 01 giugno 2009

Il Portale tra le Dimensioni

Thoram - nella Settima Sfera/Dimensione

Iggi si voltò udendo la voce possente ed autorevole di Eleuman, e nel vederlo dischiuse un sorriso dolcissimo.
- Hei, ci avete potuti seguire fin qua! Che bello, ora vediamo insieme di aiutare Nisibis e gli altri Saggi, Akamai... Eleu-nam... hanno davvero bisogno del nostro aiuto poiché loro si trovano proprio in una brutta situazione. Balthor ci ha spiegato le ragioni che li vincolano nella Settima Sfera, non vogliono farci del male ma solo chiedere il nostro aiuto. Il Sommo Moota li ha voluti punire a causa della loro alterigia, un po' come il dipinto che vedi laggiù -.
Eleunam osservò con interesse il grande affresco e lo riconobbe: - Si Iggi, sono stati Angeli ossessionati dal desiderio di egemonia, ambivano la stessa immortalità del Supremo Creatore senza accorgersi che la dualità non avrebbe permesso loro la sacra unione, la Hieros Gamos. Forse con la coscienza del disorientamento, hanno imparato cosa significa veramente guardare, imparare, conoscere, vedere... Penso Balthor desidera servirsi del Cristallo della Pace per aprire il Portale tra le dimensioni. Questa è la condizione per aiutarli ad uscire da Thoram -.
Akamai rimase stupefatto dalla semplicità con la quale Iggi ed Eleunam avevano espresso il concetto: tutto appariva così chiaro e facile. Nel contempo Tatina aveva preso qualche passo di distanza da Balthor ed osservava con occhio clinico Metbasse che era ritornata nella sala con un grande vassoio pieno di frutta. La donna, trovandosi al cospetto dei nuovi arrivati si lasciò sfuggire un'imprecazione.
Akamai fissava la maga come se la donna non gli fosse sconosciuta: - Ma guarda guarda! Chi si rivede… e quanto sono piccoli i Mondi! Qual buon vento ti ha trasportata su Thoram, Metbasse? Troppe volte ti ho incontrata nei miei viaggi astrali, le tue arti magiche proprio ti impediscono di investire le tue energie in qualcosa di benevolo. Ogni volta che ho avuto la sventura di trovarti sul mio percorso, ho poi dovuto faticare non poco per liberarmi dall'ossessiva tua u-biquità. Sei come la gramigna... una volta trovato il terreno fertile, metti radice profonde nella coscienza degli umani. Sei avida e  malvaglia, Metbasse -.
La donna non fiatò, sapeva che a nulla sarebbe servito cercare scuse o addossare ad altri le sue colpe. Anche Eleunam l'aveva conosciuta, qualche anno or sono. La maga preferì abbassare lo sguardo e raggiungere velocemente il suo seggio evitando con cura di guardare i bimbi o i nuovi arrivati.
- Effettivamente Metbasse in passato ha avuto molti nomi ma io prediligo quello di Eris, donatole dai greci. Per loro Eris era la dea della discordia: spietata e sanguinaria sempre fomentatrice di conflitti e guerre tra gli uomini -.
Akamai si era lasciato scappare un sorriso beffardo, nel terminare la sua sentenza; la donna gli regalò uno sguardo pieno di odio e veleno. Se solo avesse potuto, se non fossero stati presenti anche gli altri saggi e "gli ospiti della dimensione degli umani" certamente Metbasse si sarebbe scagliata con violenza contro Akamai.
La maga si limitò a puntualizzare: - Mia madre era Nyx... possano i miei fratelli Hypnos e Thanatos  persegui-tarti fino a quando alloggerai in questo tuo involucro. Ma un giorno, da qualche parte, ci ritroveremo Akamai, ne sono certa! - Tra i saggi si udì un bisbiglio sommesso, molti di loro scuotevano la testa in segno di diniego. Balthor si alzò di scatto dal suo alto seggio e puntando il dito contro Metbasse sbollì: - Ma guardati! Bella esibizione, degna di una commediante nata. Certo non c'è da meravigliarsi se ci troviamo qua, ognuno di noi coi suoi difetti in bella mostra. Inizio a nutrire seri dubbi circa l'intento di voler liberare tutti dalla Settima Sfera. Per poi finire dove? Qual è l'ultimo atto della nostra tragedia? Dovremmo forse dapprima conferire con il Sommo Moota per comprendere quali sono le aspettative di ognuno di noi; se ci troviamo qua, indubbiamente le colpe da espiare sono molteplici. Soggettive, su misura e ben calibrate per ognuno di noi... Ma è veramente la libertà dal privilegio d'Esseri Immortali che desiderate? Ehh, pensateci bene, volete ritornare al ciclo di vita e rinascita, cadere ancora nella fatalità carnale e soffrire nel Samsara? Non è la nostra forse unicamente un'illusione di poterci nuovamente elevare allo stato di illuminati, adem-piendo alla legge causaeffetto!? E quante vite dovremmo ripercorrere fino a poter risanare quanto fatto di malvagio da quando siamo stati confinati su Thoram, eh? Ma possiamo sinceramente anche solo sperare nella clemenza del Sommo? -
Balthor appariva avvilito, la strana luce in quei suoi occhi grigio-blu si era spenta. Era inerme, come un qualsiasi uomo nella consistenza che appariva agli occhi dei tre bimbi e dei due uomini della Confraternita. Iggi provò una sincera compassione, sentiva che dietro le parole dure e sputate tra infimi risentimenti c'era un cuore che riconosceva i propri sbagli ma che semplicemente era troppo orgoglioso per chiedere perdono.
Certo ciò accadeva ovunque ed a chiunque: molte volte si è così accecati dal proprio sentire egoistico che si dimentica che “condividere nel bene e nel male” è una dote meravigliosa fondata sull'amore.
Ciccina si era avvicinata al grande vassoio con la frutta, aveva preso un grande grappolo d'uva ed avvicinandosi agli altri due bimbi, la divise in parti eque. Quindi, girandosi nuovamente verso Akamai ed Eleunam disse: - Chi di noi ha il diritto di giudicare gli Arhat? -
Nessuno rispose, solo un mormorio proveniva dai saggi. Nisibis si alzò portandosi nel centro della sala, dove in terra era raffigurato il grande Pentagramma.

- Principessa, nessuno ha il diritto di giudicare un altro essere vivente. Il giudizio equanime è dato unicamente dal saggio che è in grado di ponderare l'auto analisi, con onestà quindi, giudicando se stesso e le sue azioni! Io per primo ho qualche difficoltà, se fossimo stati in grado di fare ciò non credo il Supremo Creatore ci avrebbe confinati a Thoram. Ma anche questa è una lunga storia, non vorrei essere tediante nel narrare anche solo in minima parte quanto è accaduto nei secoli. Ho imparato dalle arti divinatorie, dalla magia e dalle scienze ciò che mi ha da sempre intrigato. Ma anche questo è solo un’infinitesima parte della vera Conoscenza. Sophia! Forse era ciò la causa della censura: Lei, la figura femminile dell’Anima umana e nello stesso tempo l’aspetto femminile di Dio, del Supremo Creatore. E lei risiede in ognuno di noi, la Scintilla Divina… la sua redenzione attraverso il Logos, è dunque il vero dramma dell’Universo, del mondo materiale? Sophia. E’ dunque l’ultima emanazione di Dio? L’Origine conclusiva della creazione della materia? - Nisibis si zittì, mentre l’aria attorno a lui iniziò a vorticare. La luce vibrò e scintille si sparsero tutt’attorno in una nube di luce soffusa. Davanti agli occhi dei presenti, la sua forma metafisica iniziò a mutare, con lentezza. I bimbi avevano riconosciuto il processo al quale già avevano assistito.
- Mi sento a mio agio in questa forma. Certo, mi sento molto meglio nel vestire una pelliccia di lupo che non una pelle d’umano! Stupiti? Indignati? E perché mai? Infondo cosa ci differenzia dalla Bestia? Siamo onesti, nevvero Balthor! Nulla ci distingue dagli animali… assolutamente nulla. O forse unicamente il fatto che tutto ciò che gli umani fanno è dettato non dalla sopravivenza ma dall’avidità! - Dette queste parole il grande lupo si allontanò dal Pentagramma dirigendosi verso i bimbi.
Occhi verdi brillavano pieni di orgoglio, o forse era saggezza?! Fatto sta che i tre bimbi si avvicinarono all’animale, accarezzandogli il pelo, non mostrando il benché minimo disagio o paura. Una cosa era certa, Nisibis era diventato loro amico e nessuno avrebbe osato alzare una mano contro i tre bambini.

- Sedetevi! - La voce di Balthor tuonò autorevole e severa mentre due Arhat si alzarono per permettere ad Eleunam e Akamai di occupare i loro posti in prima fila. - A questo punto, mi sembra ovvio e d'obbligo darvi tutte quelle informazioni che vi permetteranno di decidere se aiutarci o se... - la sua voce si fece quasi impercettibile - lasciarci alla nostra punizione in questa dimensione -.
Seguì un interminabile silenzio, nel quale nuovamente la struttura dell'aria divenne satura di una strana luce che pareva permeasse ogni oggetto; un bagliore che si modificava come struttura palpitante, a livello molecolare, proprio come se animata da un suo intimo sentire.
Eleunam pensò al Logos, poi la sua mente riacquistò fermezza e si concentrò sull'ubiquità del Sommo Moota. Aveva più volte seguito i processi di trasmissione mentale, ora più che mai doveva divenire un tutt'uno con la Mente del Supremo Creatore nella finalità di poter determinare con raziocinio le richieste degli Arhat per bocca di Balthor. Ma Eleunam ripensava anche alle parole proferite da Nisibis, il Re degli Stregoni. Era veramente l'agognata ricerca di Sophia il vero dramma dell'Universo metafisico? L'origine ultima della creazione della materia? Non erano forse già tutti parte integra della Luce divina?
- Orbene penso che se siamo giunti fino nella Settima Sfera non è tanto per riscattare la vostra ambiguità ma piuttosto per salvare i tre bimbi! Personalmente ritengo sia un atto deplorevole averli rapiti... - ma Eleunam non poté terminare la frase poiché Iggi intervenne. - No! Non sono proprio andate così le cose. Penso sia doveroso dire che siamo stati noi bambini a seguire di nostra volontà il grande lupo, certo siamo stati incuriositi dalla sua presenza e seguendolo lungo la spiaggia non sapevamo cosa potesse accadere. Era come una sorta di magia, insomma, quando un sogno diventa reale e non si capisce più se si sta sognando oppure se la fantasia è l’elemento iniziale di quanto proiettato dalla nostra mente. Capisci? Nisibis ci ha permesso di entrare nella dimensione di Thoram ma non ci ha forzati a farlo. Se non avessimo voluto seguirlo poiché intimoriti dalla sua presenza, avremmo potuto anche scappare. E' ora difficile poter affermare con assoluta certezza se abbiamo agito seguendo il nostro istinto, il nostro cuore, o la nostra mente ed anima. Fatto sta che ora siamo tutti qui, siamo a conoscenza di ciò che ci è chiesto... e siamo comunque impossibilitati ad aiutarli poiché non abbiamo il Cristallo! -
Un evidenziato mormorio s'alzò dal gruppo degli Arhat. In disparte Nisibis sotto forma di lupo si era accovacciato ai piedi di Ciccina che gli accarezzava con dolcezza la testa.
- Ah ah ah ah, bella questa! Ma allora tutto l'esercizio a cosa è valso? Illuminatemi voi che ormai la mia Luce si affievolisce dinnanzi a tale scempio di intelletti guastati dal tempo e dall'ozio! - Finalmente Anthropos aveva almeno aperto la bocca, seppure con voce concitata aveva espresso con asprezza i suoi pensieri.
Gli rispose Balthor sulla stessa linea di veemenza: - Taci! Verme velenoso... tu e Metbasse potreste riunire un esercito di vili ed inetti servitori sullo stesso pianeta Terra. Inizio a comprendere molte sfaccettature che il tempo ha reso trasparenti, invisibili, al mio cuore deturpato dall'astio verso questa condizione nella quale siamo stati forzati. La priorità ora non è di sfuggire dalla Settima Dimensione, bensì quella di cercare di capire cosa possiamo fare per modificare il corso della nostra memoria karmica. Sul pianeta Terra stanno per entrare nell'Era dell'Acquario, la Griglia Cristallina sa esat-tamente il perché dell'esistenza di ogni essere umano, di ogni forma vivente. E' un cambiamento vibrazionale... il campo magnetico del pianeta è mutato, un cambiamento maledettamente esteso ed irreversibile al quale solo un pugno di  scienziati sono in grado di poter fornire delle spiegazioni. Questa di base la ragione per la quale il tempo sembra trascorrere con maggiore velocità, l'opposto di ciò che accade qui su Thoram. Solo il Grande Cristallo può modificare la struttura della Griglia Cristallina e solo il Cristallo può aprire il portale tra le dimensioni! Ma a che servirebbe uscire dalla Settima Sfera se non sappiamo quale sarà in seguito la nostra condizione? Ho percepito che da un paio di settimane qualcosa è all'opera, mi sono accorto che antiche creature sono emerse dalle profondità. Ho avuto visioni in cui i Dragoni degli Elementi, che furono lasciati secoli or sono a custodire il Pianeta, hanno ripreso le loro posizioni cosmiche. Eleunam so che tu e la Confraternita siete perfettamente al corrente della loro funzione catartica e ristoratrice... ma non potrà durare in eterno. Troppo grande è il danno cagionato alla Madre Terra, a Gea! -
La voce di Balthor si affievolì, apparve piegarsi sotto il peso della gravità delle notizie che il Saggio aveva esplicitato. Regnò allora il silenzio, mentre il grande dipinto alle spalle di Balthor apparve come prender vita; una sorta di illusione ottica generata dalla luce che danzava all'interno della grande sala. Nessuno osava prendere la parola, inconsciamente si attendeva che fosse un altro ad esporsi, forse col timore che ogni parola potesse essere utilizzata contro chi osasse aprire bocca.
Akamai si schiarì la voce poi si mosse in direzione dei bimbi e del lupo: - Iggi è il portatore del Cristallo della Pace, miei Signori. Egli è stato il fulcro del Rito della Purificazione mentre la Sacra Ruota era convocata. Per questo forse si è generato un ulteriore cambiamento vibrazionale nella Griglia Cristallina. Se possiamo contare sull'intercessione del Sommo Moota... sia fatta allora la Sua Volontà -.

© claudine2007

postato da: claudine2007 alle ore 17:51 | link | commenti (25)
categorie: letteratura, il cristallo della pace romanzo
giovedì, 14 maggio 2009

Fiera Internazionale del Libro a Torino

XXII FIERA INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO LINGOTTO FIERE

 

Domenica 17 maggio 2009

dalle 14:00 alle 15:30 presenterò i miei romanzi
ed un paio di sorprese...
presso  SENECA Edizioni  Stand E09 - Padiglione 1

 

dalle 16:00 alle 17:00
presso  MACRO GRUPPO EDITORIALE  Stand B48 - Padiglione 1
la fumettista Michela Salotti presenterà la collana di fiabe illustrate per bambini "I Piccoli Illuminati"
io ho contribuito a scrivere la fiaba "I 4 Elementi"

http://www.macroedizioni.it/autori/michela-salotti.php


Con la Macro Edizioni Michela ed io pubblicheremo la versione illusatrata del mio romanzo

Il Kumihimo del Sole      :o)

 Intervista a Michela Salotti:   http://www.delirio.net/default.asp?id=331

Per ordinare le fiabe della collana "I Piccoli Illuminati":   http://www.macroedizioni.it/autori/michela-salotti.php

 

Per chi di voi avesse in programma una visita alla Fiera... sarà un'occasione per incontrarsi!

 

mercoledì, 22 aprile 2009

*** Fiabeggiando coi Rapaci ***

Aquila Americana   Aquila americana

http://www.falconeria.ch/new/video.htm

Per una visione ottimale del video, bisogna spegnere la musica di sottofondo del mio blog.

 

Girfalco  Girfalco

Falco Sacro  Falco Sacro

Nella stupenda cornice della 
Falconeria di Locarno 
vi condurrò per le strade del Mondo facendovi sognare con racconti che vedranno protagonisti aquile e falchi, civette e gufi, nibbi e poiane.
 
Dalla lontana Cina ai deserti d’Arabia, attraverso le pianure della Mesopotamia…
DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS  raggiunse l’Europa nel 500 d.C.
 
Oggigiorno la falconeria è  diventata  un arte vera e propria che richiede particolare abilità, pazienza e amorevolezza da parte del falconiere.
Un’emozione intensa e profonda, un momento di condivisione di un’eredità culturale che è patrimonio di tutta l’umanità.
 
Io sarò la “voce narrante” affinché leggende e racconti possano prendere vita permettendovi di vivere con intensità ed emozione una nuova Magia!
 
Vi  attendo  numerosi  tutti  i  sabati
dal  16  maggio  al  20  giugno  2009    
dalle 14:00 alle 16:30 
Falco lanario  Falco Lanario
Aquila delle Steppe  Aquila delle Steppe
Ubicazione ed informazioni sono reperibili sul sito:
postato da: claudine2007 alle ore 19:09 | link | commenti (31)
categorie: animali e natura, avvenimenti particolari
domenica, 01 marzo 2009

Nella Luce

Edmund Blair Leighton

I sacri Mantra riecheggiavano nell’aria impregnata dal lieve odore d’incenso; Iggi appariva un tutt’uno con la Luce ed aveva assunto il colore dell’arcobaleno. - Oh Supremo - enunciò con la sua esile voce - grazie per essere giunto in nostro aiuto! Necessitiamo la Tua indulgenza affinché il Rito possa produrre in noi la consapevolezza necessaria per trasferire anche ad altri umani la guarigione dal Male. Sappiamo che nei secoli la Tua presenza in questa dimensione è più volte stata imprescindibile. Procuraci ora gli strumenti mentali affinché possiamo mutare il destino del nostro pianeta -. Iggi si inginocchiò abbassando il suo capo fino a toccare i piedi del Sommo Moota.
Eleunam accompagnato da Akamai si avvicinò alla Luce, mantenendo comunque qualche metro di rispettosa distanza. Sempre con il velo omerale posato sopra la testa, entrambi si inginocchiarono. Offrendo all’apparizione un Calice d’insolita foggia tutto ricoperto di pietre preziose ed una sciarpa di seta bianca, Eleunam parlò in un’antica lingua. Era aramaico.
Iggi comprese ogni singola parola, era come se dentro di lui le rimembranze del passato riaffiorassero. Tutti i presenti udirono la voce melodiosa dell’Essere Supremo scandire le parole rituali; tutti ne compresero il significato poiché la loro Mente era pronta.
- Non temete, abbiate fede nella Mia Parola. Vi attendono momenti difficili, ma grazie al mio sostegno, riuscirete a debellare le forze che cercano di distruggere ogni buona cosa sul vostro pianeta. E’ già accaduto molte volte in passato… e certamente ciò accadrà ancora. Ma ora la consapevolezza degli umani è progredita e molti di voi hanno raggiunto il livello vibrazionale adeguato per permettervi la trasfigurazione e l’accesso nell’altra Dimensione. Il mio dono è nel vostro “Cuore spirituale”. Ora potete vedere l’Energia che vi sta attorno, che vi avvolge, che vi protegge. Voi come me, siete Energia allo stato puro, creati a mia somiglianza ed immagine; siete dunque una parte di me stesso. Ed io sono dentro di voi. Imparate a non guardate unicamente con gli occhi della Mente, ma utilizzate anche quelli dell’Anima. Entrambi sono la chiave per la vera Felicità; non vi sono segreti, non è tanto la Meta ultima che conta, ma bensì il cammino che seguite per raggiungerla. Questo percorso vi condurrà attraverso l’Amore. Il Bene ed il Male convivono fin dalla creazione del mondo… l’uno conferma l’esistenza dell’altro, sono imprescindibili e non possono essere dunque separati in due entità distinte. Sappiate comunque che il Bene sempre sopravarrà il Male e l’Amore sarà sempre vittorioso! -

Appariva molto difficile poter esaminare nei minimi dettagli questo messaggio codificato. Al di là delle analisi, dei riscontri oggettivi e soggettivi di qualunque tipo e natura, le conferme profonde che l'inconscio riesce a comunicarci sono innumerevoli. E' impossibile visualizzare il susseguirsi delle fasi, si tratta di una sorta di pensiero che non può essere spiegato a mere parole. Talune nozioni possono essere solo condivise con chi ha vissuto le medesime esperienze, ma per molti rimangono dei fatti straordinari a volte definiti di "follia collettiva".
Ma il  messaggio del Sommo Moota appariva chiaro: bisognava raggiungere un livello vibrazionale tale da permettere alla nostra Mente/Anima di passare nell’altra dimensione, ovviando ai problemi legati al corpo materiale ed effimero che solo funge da involucro per  la nostra vera essenza.

Questa realtà intima e personale che ci coinvolge a livello metafisico e psichico viene registrata nella nostra matrice genetica attraverso fotogrammi ancorati nella Mente/Anima che si trasferisce di corpo in corpo, mediante il processo della reincarnazione. Ogni nostro “ritorno in questa dimensione” significa sofferenza e sconforto.
Ogni essere umano confrontato con il paranormale, cerca di ricuperare dal proprio archivio mentale, tutti gli inprint suddivisi all’interno di diverse scale emozionali e vibrazionali. Egli cercherà quindi di dare una spiegazione il più razionale possibile a ciò che già conosce, a quelle rimembranze forse già anteriormente vissute nelle vite precedenti.
La consapevolezza ed apertura mentale, giocano dunque un ruolo preponderante ed importantissimo. Avvenimenti eccezionali ai quali si è a volte confrontati, portano a razionalizzare il messaggio. Ma qualora si è inconsciamente ancorati a dogmi di qualsiasi tipo, sussiste la possibilità che non si percepisca l'evento o si afferri unicamente un'infinitesima particella di quello che dovrebbe essere il messaggio integrale.

Fin dalla “Notte dei Tempi” agli esordi del genere umano,  sul pianeta Terra Loro avevano ogni volta accolto con gioia l’esortazione ad oltrepassare il portale tra i Mondi. Ciò facendo, avevano sostenuto i terrestri nella loro evoluzione.
Un cataclisma era però all’origine della perdita del grande Cristallo. Impossibilitati ad evocare la presenza degli Esseri di Luce, gli uomini avevano unicamente mantenuto i riti cerimoniali, venerando il ricordo di queste deità che cambiarono nome al pari passo delle stirpi e razze che si susseguirono nel decorso dei secoli. Erano cambiati gli usi ed i costumi, portando la venerazione all’apice con dogmi ed assiomi che però erano stati più volte manomessi a piacimento da chi deteneva il potere.
Si erano instaurate le religioni che catalogavano gli abitanti del pianeta. Ogni corrente religiosa cercava il dominio sopra le altre.
Nel medioevo, con l'inizio delle crociate, il cristianesimo con pretesti e bugie ricoprì di sangue le terre in Medio Oriente distruggendo col ferro e col fuoco ogni cosa al loro passaggio.
Non soddisfatti, venne instaurata la Santa Inquisizione tra il XII ed il XIII: gli eretici venivano bruciati vivi. Molte donne che in quel periodo erano considerate "peccaminose" in quanto a loro veniva attribuita la “tentazione del corpo”, furono accusate di stregoneria e condannate al rogo.
Nel 1500, i coloni europei sempre in nome del dio cristiano, avevano sterminato intere tribù che popolavano il Nuovo Mondo, non tanto per il dominio assoluto quanto più per l'avidità di possedere l'oro e le pietre preziose di queste ricchissime terre.
Ma ora finalmente, tutto stava per cadere nel baratro dell'incoerenza. Le egemonie volute a schiacciare ed opprimere il pensiero di libertà nella Luce, stavano a poco a poco per sgretolarsi. Il Cristallo della Pace era stato ritrovato: per mezzo del rito della purificazione altri umani avrebbero imparato a raggiungere quella condizione vibrazionale nello spettro di frequenze invisibile al nostro occhio, era l’unica maniera per oltrepassare le dimensioni.
Questa vibrazione andava ad interagire, modificare e trasformare qualunque cosa esiste sul pianeta e non solo. Considerando il concetto che attraverso frequenze appropriate, vengono stimolate certe espressioni nella forma, si produce una modifica nella frequenza di quello che si incontra. Nella fisica quantistica viene esaminata questa fenomenologia che conferma la possibilità della trasmigrazione. Certo occorre percezione, esercizio e volontà per allenare la mente a nuovi modi di pensare ed il corpo a nuovi modi di agire. Se riusciamo a sorvegliare i nostri pensieri, i nostri pensieri sorveglieranno noi. Quindi diventiamo Osservatori, il primo ruolo fondamentale della nostra parte divina, quello di vigilare su di noi e i nostri processi mentali.
Se i sogni in termini di “obiettivi” non vengono visualizzati e focalizzati in ogni istante dalla nostra mente non diventeranno mai la legge della manifestazione.
Tutto è una proiezione mentale, quindi tutto è relativo. Noi possiamo essere gli agenti creativi della nostra esistenza solo quando i nostri obbiettivi non dipendono più da luoghi, cose, tempi ed eventi. Dobbiamo riuscire ad oltrepassare le opinioni del pensiero limitato con l’uso dell’energia illimitata generando un vero e proprio “pensiero vivente”.
Questo Pensiero Vivente verso un obbiettivo è già Legge ed è destinato a manifestarsi nella realtà. Colui che lo genera lo sa già e non lo vive più come una cosa che si dovrà compiere, ma come qualcosa di già compiuto che con assoluta certezza si manifesterà.
L’Osservato e l’Osservatore (la res-extensa e la res-cogitans cartesiane) sono la stessa entità e fino a quando ciò non diventerà reale per la nostra coscienza, non ci sarà mai nessun principio perché è proprio questo l’archetipo del Principio della nostra natura divina.
Riconquistare il comando della nostra Mente più profonda significa conformare il pensiero alla nostra sostanza divina e dargli libero sfogo fino a farlo divenire un pensiero comune. Se diviene pensiero comune con la stessa certezza dei comuni pensieri razionali, quel pensiero è destinato a manifestarsi.

In disparte, Hideyoshi sorrideva. Il piccolo giapponese aveva incrociato lo sguardo di Iggi, poi si era avvicinato al bimbo tendendogli entrambe le mani.
- Iggi-san, vedo con piacere che hai seguito il tuo cuore. Sono molto felice poiché la Profezia si è avverata. Presto, molto presto, potrò insegnarti altre importantissime pratiche che ti aiuteranno a progredire. Ho saputo che il dragone dell’Aria ti ha scortato fin qua. Sarai stato felice d’avere esperimentato la vicinanza di Vayu -.
Hideyoshi accarezzò con tenerezza i capelli del bimbo, mentre gli cinse le spalle per portarlo in un angolo della grande piramide.
La luce era sempre molto accecante, il Sommo Moota era uscito dall’ologramma iniziale e parlava sommessamente con Eleunam ed Akamai. Tutti i 255 membri supemi erano prostrati a terra, la fronte a contatto con il pavimento. Sembrava che l’aria avesse ripreso a vorticare con forza, trasportando le spirali d’incenso sempre più verso l’alto dove la punta della piramide restava un’invisibile punto nell’oscurità ben oltre l’immaginabile.
Le torce sprigionavano lingue di fuoco immense che danzavano nel loro ritmo crepitante e misterioso. Iggi le guardava con grande rispetto, era l’elemento per eccellenza: apparivano come fuochi fatui  incontrollati e sublimi.

Hideyoshi si sedette nella posizione del loto, facendo segno ad Iggi di imitarlo. - Ci sono molte cose che ancora devi apprendere, Iggi-san. Molto ti è già stato restituito dalle rimembranze delle tua mente arcaica dacché hai vissuto innumerevoli vite! Hai ricoperto incarichi di grande responsabilità nei quali hai dovuto guidare popoli. La Mente umana è per molti un mistero; ma tutto è lì rinchiuso, compreso il potere della guarigione. Questo è importante poiché necessitiamo di questo "contenitore" metafisico per raggiungere mete molto alte. Io necessito di questo corpo unicamente per potermi spostare nel vostro mondo senza dare troppo nell'occhio! - Continuò il piccolo giapponese facendo l'occhiolino al bimbo. Iggi sorrideva all'Avatar, mentre mille pensieri frullavano nella sua testolina.
- Ma allora Hideyoshi perché se già dispongo di molte peculiari facoltà, ora mi ritrovo imprigionato in questo corpo, dovendo sottostare alla sofferenza? - Il saggio guardò il bimbo con attenzione, sorridendo chiese: - Perché gli alberi in autunno perdono le foglie? Vi sono alberi che non le perdono, ma la grande maggioranza si ritrova spoglia nei mesi più freddi! - Iggi divenne serio, arricciò il naso e grattandosi il mento rispose: - E' un processo... penso. Perdendo le foglie, nel periodo più freddo possono riportare l'energia e la linfa all'interno del tronco. Poi in primavera con il giungere del calore arrivano i primi germogli ed in seguito le piante fruttifere donano all'uomo nutrimento. Ma vi sono anche luoghi dove le piante non devono perdere le foglie poiché la temperatura è mite -.
L'Avatar sorrise, i suoi occhi si fecero piccoli come due fessure. - Iggi-san, i pesci vivono nell'acqua utilizzando le branchie per respirare. Anche gli umani possono nuotare nell'acqua e senza l'acqua entrambi perirebbero. Ma i pesci come pure l'uomo hanno due visioni completamente diverse di quest'elemento. Qui la diversità di compenetrazione a livello concettuale, anche se entrambe sono creature viventi, l'uomo e l'animale non hanno la stessa percezione. Nel nostro cervello si susseguono diverse onde celebrali: le beta sono proprie della "mente pensante", le onde alfa si producono durante lo stato meditativo, le theta sono quelle che ci permettono di viaggiare nei mondi invisibili e da ultimo le onde delta sono quelle che produciamo quando entriamo nel sogno. Hai ancora molto da scoprire Iggi-san. Ora il Sommo Moota ci permetterà di riscoprire una pratica magica: aprire il nostro corpo ed uscirne fuori come pura divina Luce Spirituale. Ci permetterà di esperimentare uno stato di pura coscienza nella quale saremo in perfetta armonia ed unità con Lui. Attraverso l'Essere Supremo, riceveremo la facoltà di curare chi è vincolato dal potere del Male -.

Iggi era cosciente che la Terra si trovava in un periodo di grande transizione e cambiamento nel quale l'umanità sarebbe stata condotta verso una opportunità di nuova evoluzione e nuovi stati di coscienza che mai prima d'ora si erano avverati sul pianeta. Ciò significa che tutti dovevano aprire i propri cuori e le cellule per assorbire l'amore e la gioia che proviene dall'essere vivi. Aveva sempre con grande interesse ascoltato mamma e papà che discutevano di una strana scienza che viene chiamata esoterica. Certo non mancavano anche le discussioni filosofiche in casa... da qualche tempo credeva anche lui che l'uomo e l'universo fossero l'uno il riflesso dell'altro, quindi che esistesse una corrispondenza analogica tra il microcosmo ed il macrocosmo. Questa era dunque l’essenza trasmessa attraverso il Rito della Luce, ma altro era accaduto, a livello impercettibile alle Menti dei presenti.

Al termine del sacro rituale, quando le pesanti porte di pietra furono riaperte,  i partecipanti si congedarono gli uni dagli altri. Vi era molta emozione in quegli abbracci e baci, molti erano consci che probabilmente non ci sarebbe più stata un'altra occasione per rivedersi, ma già stavano tramandando alla prossima generazione gli insegnamenti Segreti riservati ai Membri della Sacra Ruota.
A poco a poco, la grande sala si svuotò e alla fine rimasero solo Hideyoshi, Eleunam, Akamai ed Iggi. Per un lungo istante, nessuno osò proferire parola. Si osservavano nel più assoluto silenzio come se l'uso della voce non era più necessario. - Sono felice che la tua consapevolezza è accresciuta, Iggi-san - disse infine Hideyoshi con voce melodiosa e pacata - ora devi ritornare dalla tua famiglia che ti attende nelle Isole Marchese. Dovremo separarci per un po' e non so quanto tempo passerà prima che io possa riapparire nella tua vita. Sarò il tuo maestro, ma la tua Anima ora deve seguire il suo cammino. Per questa ragione, molto di ciò che è accaduto all'interno della Grande Piramide, resterà offuscato nella tua memoria. Ciò è necessario, nella finalità di proteggere dapprima te stesso dalla morsa dal male.  Ritorneranno a sprazzi talune rimembranze, saranno per te più come "sensazioni" di fare la cosa giusta al momento giusto. Altre volte li interpreterai come dei "Déjà-vu" che saprai accogliere poiché la consapevolezza ultima ha impregnato il tuo essere di luce. Verrò da te, quando sarà giunto il momento propizio e ti condurrò in Giappone per qualche tempo -.
Iggi cercò di sorridere, appariva così gracile e stanco. Akamai lo sollevò da terra: - Vieni piccolo. Lascia che ti porti, le tue gambe non hanno più forza sufficiente per sorreggerti. Ti porto nella tua camera dove potrai riposarti attendendo l'arrivo dell'Ammiraglio Johnson -. Ma il piccolo protestò: - Non desidero dormire, sono in pienissima forma! E poi il dragone dell'Aria mi ha promesso che saremmo tornati insieme sull'Isola di Pasqua per rimettere il Cristallo al suo posto! Me lo ha promesso... -
Un guizzo fulmineo di rabbia frammista a delusione, balenò sui suoi occhi mentre Akamai con entrambe le mani lo teneva ben fermo contro il suo possente corpo. Iggi sgambettava e si dimenava cercando di riconquistare la libertà di movimento, ma Akamai era risoluto nel suo volere: - Guarda che se fai i capricci non ci sarà modo di rivedere nessuno dei quattro dragoni! -
La frase magica era stata pronunciata! - Quattro??? Sono ben quattro i grandi draghi? Allora uno per ogni elemento, nevvero? E come sono i draghi dell'Acqua, del Fuoco e del-la Terra? Quando li potrò vedere? -
I tre adulti scoppiarono in una sonora risata che echeggiò tra le altissime mura. - Prima vai a riposare, poi quando avrai dormito a sufficienza ti spiegherò ogni cosa nei minimi dettagli. Promesso -.
Il bimbo si era già addormentato ancor prima di arrivare al lift che dalle profondità li avrebbero riportati in superficie. Akamai lo aveva in seguito adagiato nel suo letto, si fermò ad osservarlo mentre dormiva. Con la mano destra l'uomo si asciugò gli occhi, qualche lagrima aveva già iniziato a correre soave lungo le guance: anche gli uomini forti, a volte piangono!
L'indomani all'alba, le cascine in legno apparivano come spettri tra la bruma generata dall'umidità del sottosuolo boschivo; Iggi aveva seguito Akamai che gli voleva mostrare il laghetto con l'idrovolante rosso.
- Ah, quanto vorrei fare un giretto con l'idrovolante - sussurrò in un fil di voce il bimbo - sai, sono già volato tante volte con questo tipo d'aereo quando con la mia famiglia passavamo le vacanze alle Maldive! -
Akamai appariva pensieroso: - Mi racconterai, se tu sapessi quanto sono curioso di sapere tutto ciò che hai fatto con mamma, papà e la tua sorellina! - Sorrideva, ma non era un sorriso di felicità, bensì traspariva una strana ombra che si allungava oscura anche sopra i suoi occhi.
Un rumore dal profondo del bosco attirò l'attenzione dei due osservatori. Iggi lasciò perdere il controllo minuzioso di ogni parte del velivolo per spostare lo sguardo verso un punto preciso; un fruscio ed un secco rumore di rami spezzati catturarono la loro totale concentrazione. Ma ancor prima che riuscissero a vedere di cosa si trattasse, un rombo assordante riempì l'aria.
Akamai si gettò in terra facendo scudo al bimbo, mentre altre persone uscivano correndo dal cottage adibito alla ricezione.
Per qualche minuto regnò il panico, gente che urlava ordini in una strana lingua che ad Iggi sembrò fosse latino, altri che correvano alla rinfusa in direzione di un altro edificio ricoperto da lamine di pietra.

Quando Iggi si risvegliò qualche tempo più tardi, si accorse d'aver perso i sensi e d'essersi ferito nel cadere in terra. - Non è nulla di grave, un graffio - cercò di tranquillizzarlo Akamai. Ma dentro di se Iggi percepiva che c'era qualcosa d'altro: - Cos'è stato? Ti prego, dimmelo. Cosa è accaduto? -
Entrò una donna, vestita d'un lungo abito color cenere, con una strana cintura che le cingeva stretta la vita. I capelli erano molto scuri, raccolti in una treccia che scendeva sul dorso fino all'altezza della cintura. La sua carnagione era olivastra ed i suoi occhi erano verdi. Accarezzò i capelli del bimbo, poi gli parlò con voce melodiosa: - Vieni, sei atteso. L'Ammiraglio è di là, ti riporterà dalla tua famiglia ed amici. C'è ancora un lunga vacanza che dovrete passare nell'Oceano Pacifico! -
Il sorriso della donna era radioso, Iggi non poté non sorriderle in ritorno. - Ma prima che parti, riprendi questo - disse la donna ponendo con delicatezza nelle mani del bimbo l'amuleto donatogli dal nonno di David, il vecchio giardiniere. - Ho fatto inserire un filo speciale, guarda è come quello del tuo bracciale... anche questo è un dono di Hideyoshi. Ora lo puoi mettere attorno al tuo collo. E' un potente amuleto, non devi mai separartene... mai, per nessuna ragione al mondo! -
Iggi guardava la donna, ora il suo sguardo si era fatto molto severo e gli occhi si erano spenti, non c'era più quella luce che li faceva brillare con tante piccole stelle. - Chi sei? Il tuo viso non mi è sconosciuto. Dove ti ho incontrata? E cosa è accaduto mentre io ed Akamai stavamo sul bordo del laghetto a guardare l'idrovolante? -
La donna sorrise, senza rispondere. Guardò sopra la spalla destra in direzione di un ombra che uscì dalla semi oscurità della camera. - Eleunam ti spiegherà, un giorno… ma non ora. Devo partire. Mi stanno attendendo. Devo seguire il Sommo Moota ed i suoi Emissari... io... io non sono di questa dimensione, piccolo Iggi. Ma anche tu non appartieni più a questo mondo, dentro il tuo cuore lo hai capito, nevvero? Ma dobbiamo attendere che ogni profezia si avveri, tesoro, poi il Cristallo della Pace ti aiuterà a tornare alla tua vera Casa. Ti attendo -.
La donna posò un lieve bacio sulla fronte del bimbo, poi ritornò sui suoi passi ed uscì dalla camera. Eleunam si sedette sul bordo del letto e con una carezza arruffò i capelli di Iggi.
- E' stata una grande avventura, nevvero? Troppe cose sono accadute con estrema rapidità, eccessive emozioni che ti hanno stordito... resteranno frammenti di immagini che rivedrai a sprazzi nel tempo a venire, Iggi. Molto è rimosso dalla tua memoria umana ma nella traccia della tua Mente tutto è rimasto registrato fedelmente. Quando avrai assunto la tua forma reale, allora comprenderai. Ma non è ancora il momento -.
- Devo tornare dalla mia... famiglia. Mamma e papà mi attendono, li amo tantissimo... anche Tatina la amo. Voglio tornare da loro, ti prego! - Il viso del bimbo arrossì mentre un fiume di lagrime si riversò sul suo T-shirt lasciando una grossa macchia più scura. Eleunam si trattenne, per un po' poi non riuscì più a resistere e gettò le braccia attorno al bimbo e lo strinse con forza contro di sé. - Vieni, facciamo presto, non perdiamo tempo. L'Ammiraglio è qui fuori e ti riporterà a Hiva Oa -.

© claudine2007

Un affettuoso omaggio a tutti voi che mi avete sollecitata  ;-)    Il nuovo romanzo "Il Cristallo della Pace" sarà pubblicato da Seneca il prossimo luglio 2009...

martedì, 17 febbraio 2009

Il volo del Drago

La notizia che molto presto Monsieur de Bardac sarebbe ritornato, raggiunse velocemente anche i contadini che vivevano al limite del feudo.
Diversi di loro avevano inviato del vischio e rami d’abete per felicitarsi con Madame Francine della lieta novella. La donna, aiutata da Etienne e da alcune serve, aveva adornato con questi doni la roccaforte. Il profumo della resina d’abete aveva invaso ogni locale, portando un tocco personale a quelle anguste pietre.
Nella stagione fredda, per Francine era molto difficile trovare fiori o erbe con cui preparare delle composizioni ravvivanti e colorate. Era solitamente suo marito che le procurava agrumi provenienti dal regno di Sicilia; mandarini, arance e limoni dorati. Oltre ad essere deliziose bevande portavano un tocco di luce in assenza del sole tra le nebbie della Brughiera.
Francine utilizzava anche strane spezie molto aromatiche, oppure fiorellini profumatissimi di color azzurro cielo che giungevano dal sud del Paese. Altri fiori del continente potevano essere essiccati e, con pannocchie di granoturco e spighe di cereali, venivano usati per adornare i locali. Ciò fino alla festa della nascita di ImmÄnûÄ“l, come il profeta Isaia aveva chiamato il fanciullo la cui venuta voleva simboleggiare la liberazione del regno di Giuda dall’assalto d’Israele e della Siria. Nella profezia: il Messia, Gesù.
Padre Ubertus, aveva donato a Francine una pergamena con una miniatura dell’immagine di Gesù e la scritta in lingua greca Kyrios ed il tetragramma JHWH.
Francine serbava con grande cura questa pergamena che esponeva solo durante il mese più freddo dell’anno, in conco-mitanza con il periodo nel quale si supponeva fosse nato Gesù di Nazareth.
Lo stesso dipinto era stato fedelmente riprodotto sulla parete della cripta sotterranea, dove Francine si recava regolarmente per deporre offerte d’incenso e fiori.

Tra Francine e Clément si era creato un rapporto di reciproco rispetto. Evidentemente la donna era molto grata al Cavaliere per essersi adoperato, in ogni maniera, nella finalità di liberare suo marito.
Non sapeva per quale reale motivo il Cavaliere avesse dato a lei ed al piccolo Etienne questo grande appoggio. Inizialmente credeva che l’uomo volesse riscattare l’errore commesso, allorché lui ed i suoi uomini avevano seminato terrore nel feudo uccidendo molti innocenti.
In un secondo tempo intuì che c’era dell’altro. La cosa le dava gran timore, poiché anch’ella provava nel suo profondo una strana attrazione per questo gentiluomo. Benché fosse una moglie molto fedele e devota a suo marito, non poteva allontanare dal proprio cuore certe strane sensazioni, recondite e ben nascoste. Il solo sguardo di Clément, la poteva far arrossire, più volte aveva evitato di guardarlo negli occhi quando consumavano i loro pasti alla stessa mensa. Il Cavaliere se n’era sempre accorto e volutamente aveva preso cucchiaio e ciotola, per poi raggiungere qualche suo soldato all’esterno della roccaforte.
Clément aveva fatto dono a Francine di magnifici tessuti di broccato e seta, provenienti dall’Oriente. Lo stesso Cavaliere aveva raccontato ad Etienne, alla presenza della madre, di quei posti così meravigliosi dove la neve non giungeva mai ed il sole riscaldava sempre la terra con tanta generosità.
Altre volte aveva regalato al giovane della frutta essiccata dal sapore dolcissimo, merce che a lui era giunta tramite i corrieri di suo padre, il Marchese Federico de Claredon.
Arrivò il giorno nel quale si rese necessaria la partenza di Clément per Orléans. Suo padre si trovava già presso il Duca di Normandia, dovevano discutere in merito a questioni politiche… e non solo.
Clément era certo: sarebbero riusciti a far liberare Monsieur de Bardac. Quella sera, durante la cena, con un’angoscia che gli stritolava il cuore, il Cavaliere parlò a Francine: - Domattina parto per Orléans. C’è qualcosa che posso fare per te, oltre a ridare la libertà a tuo marito? - La donna, che questa volta non poté sfuggire il suo sguardo, rispose: - Grazie. Non ho parole per ringraziarti -. Poi, gettando uno sguardo fugace in direzione di Etienne, aggiunse: - Tornerai, Clément? -
A questa richiesta non attesa, Clément provò un nodo alla gola. Aveva percepito, nella voce della donna, un esile tono di supplica. Ma non doveva illudersi, non poteva nutrire speranze folli. Non gli era permesso pensare minimamente alla possibilità che il suo amore fosse corrisposto.
Era un soldato. Sarebbe dovuto ripartire per la Terra Santa non appena le controversie con il regno di Sicilia fossero state appianate. Non poteva dare nulla in cambio, nessuna garanzia, neppure a chi avesse provato sentimenti d’affetto per lui. Era un solitario, e tale doveva restare negli anni a venire.
Etienne, forse intuendo che qualcosa di strano stava prendendo forma nell’aria, pensò di lasciare la grande sala con la prima scusa che gli passò per la testa. - Mamma, devo vedere Renard Gris e Nasimus nella scuderia. Scusa, torno tra un po’ -.
Prima di uscire guardò sorridendo il Cavaliere, mentre si riaggiustava le ciocche di capelli corvini che gli erano finite sulla fronte e si metteva sulle spalle il lungo mantello. I suoi occhi vispi, esprimevano per lui ciò che non osava proferire a parole: “Dai, dille che le vuoi bene!”.
Clément fissò a lungo Francine. Parve un tempo interminabile, nel quale i cuori d’entrambi batterono con ripetuto vigore, quasi volessero esplodere nei loro corpi. L’aria sembrò farsi ancor più bruciante sulle guance della donna. Inutilmente cercò di porvi rimedio, passandosi sulle gote il dorso delle mani fredde.
Agli occhi di Clément, questo gesto la rese ancora più vulnerabile, dandogli l’occasione per prendere quelle due minuscole mani tra le sue.
- Francine. Perdonami per tanto ardire, ciò che sto per dirti certamente ti farà arrabbiare, ma non sono più in grado di tenere quest’angoscia dentro di me. Ti amo. Ti amo follemente come non ho mai amato nessun’altra donna in passato. Quest’amore si è insediato nel mio cuore e non mi dà pace, giorno e notte. Non penso che a te, ti rivedo in ogni cosa che guardo, in ogni cosa che tocco. Tutto mi parla di te, persino l’aria che respiro e l’acqua con la quale mi disseto. Non ho tre-gua, neppure durante il sonno, quando la mia mente mi trasporta su oceani infiniti ove ogni onda rispecchia i tuoi occhi. Mi giunge l’eco della tua voce, il suono cristallino delle tue risate… come un canto paradisiaco di angeli invisibili. Mi sento come impazzire, il mio cuore mi ha reso così infelice e triste. Questo mio amore! Un sentimento che non può e non deve essere ricambiato. Ma sopra ogni cosa, il mio onore e la fedeltà ai miei voti, m’impediscono di considerarti mia poiché tu sei la sposa di un altro uomo. E per questo, porto gran rispetto a te ed al tuo consorte. Riporterò qui tuo marito, Francine, dovessi pagare con la mia stessa vita. Ti chiedo solo di permettere almeno ai miei uomini di restare fino a quando saremo pronti per ripartire alla volta di Gerusalemme. Posso capire se, a causa di queste mie parole, in seguito non vorrai più concedermi di restare sulle vostre terre. Ho molto ardito, chiedo pertanto venia. Voglio comunque farti un giuramento: continuerò ad amarti, il mio spirito continuerà a cercarti anche nelle prossime vite… e non mi darò pace fino a quando non ti avrò ritrovata -.
Gli occhi della donna ora erano due pozze d’acqua profonda, in tumulto, rigonfie di dolore e rammarico. Non poté trattenersi, non riuscì a controllare quel gesto così spontaneo che nessuna parola avrebbe saputo meglio interpretare. Si gettò tra le braccia del Cavaliere, in silenzio, col viso arrossato dalla forte emozione e le guance rigate da lacrime che non potevano più essere contenute.
Il Cavaliere Clément la strinse a sé, con forza e tenerezza. Restarono in quell’abbraccio per qualche minuto, poi Francine finalmente spezzò il silenzio che si era fatto troppo pesante e disse: - Grazie, grazie per queste parole. Sei il primo uomo che abbia espresso così i suoi sentimenti. Anch’io ti attenderò, Clément. Ti attenderò dove gli spiriti si rincontrano, dove poi ci sarà permesso congiungerci al nostro Dio… oppure, oppure ti attenderò nell’oscurità di quella dimensione così temibile. Me ne ha parlato Padre Ubertus, tempo fa. Ma ora seguimi, penso che per te sia importante sapere anche qualcos’altro -.
Con grande sorpresa di Clément, Francine si allontanò da lui, prendendo dalla tavola un lume ed una candela. Poi la donna gli fece nuovamente cenno con la mano di seguirla. Arrivata alla parete dov’era appeso il grande arazzo raffigurante l’immenso drago, Francine gettò uno sguardo furtivo in direzione delle cucine e dell’entrata: non c’era più nessuno.
Clément la seguì, attraverso la piccola porticina, giù per la ripida scala, fino al corridoio che portava alla cripta ed al locale che aveva scoperto già qualche tempo prima, ed in un secondo tempo visitato in compagnia del monaco cistercense.
- Francine, sono già stato qui. Un paio di volte, mi ci ha portato anche Padre Ubertus che mi ha mostrato alcune cose -. Il viso meravigliato della donna, ora era una maschera pallida dalla quale traspariva stupore e paura. - Cosa sai allora? Se Pa-dre Ubertus si è già mostrato anche a te, non vi saranno altri segreti celati alla tua conoscenza! -
Francine lo stava evidentemente tentando, ma Clément le riprese le mani dicendo: - I segreti custoditi da Padre Ubertus sono molto grandi, Francine. Penso che un’intera vita non sarebbe sufficiente per riuscire a scoprire ogni cosa! Il potere raggiunto dal monaco è gigantesco, ma non sono attirato da questa Forza poiché ho rispetto della magia. Già molti anni or sono, grazie ad un maestro sufi, ho potuto apprendere talune cose che mi hanno permesso di accrescere il mio sapere. Con Jalâl Al-Dîn Rûmi ho navigato nei sogni portando la mia consapevolezza a vibrare in sintonia con l’Energia che Tutto avvolge. Ciò mi ha permesso di optare per le scelte che ho fatte, divenire un Templare, ma molto altro ancora. Nel laboratorio di Padre Ubertus ho visto degli strumenti di alchimista, un’arte oscura che non è approvata dalla Chiesa! Non vorrei che tuo marito vi fosse coinvolto e che magari proprio questa sia stata la vera ragione del suo imprigionamento. Chi altro è a conoscenza dell’esistenza di questo passaggio? -
La donna si portò le mani alla gola, in un gesto disperato, come se ad un tratto le mancasse l’aria. Dopo una breve pausa rispose: - All’infuori di mio marito, nessun altro è a conoscenza di questo luogo -.
Ma il Cavaliere continuò con voce incalzante e tono severo: - Qualcuno della servitù? Nessuno ha mai potuto accedervi, senza che tu potessi accorgertene? Francine, pensaci bene, anch’io sono riuscito ad entrare… e tu non lo hai saputo. Ho un presentimento, penso sia saggio portare tutte le cose che appartenevano a Padre Ubertus nelle gallerie. Il monaco mi ha parlato di altre cripte che sono state richiuse da tuo marito. Non dobbiamo lasciare questi oggetti qui, voglio evitarvi ulteriori problemi. Sono tempi oscuri, e per i profani l’alchimia è qualcosa collegata con il Demonio. Credimi, dobbiamo subito portare altrove queste cose -.
Così dicendo, Clément entrò nel piccolo locale; la luce del lume ora si rifletteva sul piano del gran tavolo perfettamente ripulito. La vecchia tela, che lo aveva ricoperto, era stata ripiegata e posata in un angolo. Non v’era più nessuna traccia dei grossi manoscritti, dei calamai, delle pergamene. Nessuna traccia neppure dell’alambicco e dei contenitori di vetro.
- Per mille spade, Francine. È tutto sparito! - Anche la donna non poté contenere un grido di meraviglia. - Oh mon Dieu! Chi è stato? -
Clément respirò a fondo, poi trascinò con sè la donna nello stretto corridoio e di seguito nella cripta. Davanti al dipinto che riprendeva il viso del Cristo, Clément s’inginocchiò portando il suo viso prostrato fino a terra. Rimase in quella posizione per qualche minuto, pensando, cercando con la sua mente di trovare il bandolo della matassa che si faceva sempre più ingarbugliata. Pregava il suo Dio, al quale aveva votato la sua stessa vita, di aiutarlo a risolvere l’enigma.
La sua mente elaborava possibili scenari: poteva essere stato lo stesso Padre Ubertus? Ma egli aveva affermato che poteva apparire nel piano metafisico solo durante il plenilunio o il novilunio. Forse era stato il drago che sembrava voler posare ovunque le sue enormi membrane alari ed i suoi possenti arti muniti di terribili unghie acuminate? E chi altro? Etienne certamente si poteva escluderlo, era all’oscuro dell’esistenza delle cripte. Poi a Clément ritornarono alla memoria gli strani rumori che aveva udito una notte, quando si trovava lì sotto da solo.
Qualcuno aveva deposto dell’incenso vicino al piccolo altare, ma non era sicuro che l’incenso vi fosse già stato prima. Un senso d’impotenza lo colse di sorpresa; lui che era convinto di trovare una risposta ad ogni quesito, una soluzione ad ogni problema. Cercò di richiamare a sé le forze arcane, ma non era nel sogno e non era solo.
Poi il suo sguardo si soffermò sulla polvere che copriva il pavimento della cripta, un pulviscolo leggero di calce, disegnante un arco che dalla parete si allungava a 45° verso il centro del locale.
- È passato da qui, dietro la parete. Guarda Francine, ci deve essere un meccanismo che l’apre verso l’interno. Bisogna quindi cercare il punto che fa scattare il meccanismo. - Così dicendo, il Cavaliere pensò al Mastio, quando Padre Ubertus aveva inserito la lama di un coltello nella parete facendo scattare la molla che apriva la porta, senza utilizzare una chiave.
Francine si era accasciata a terra, ancora apparentemente in preda al terrore. Clément ne fu impietosito e l’aiutò a rimettersi in piedi.
Con estrema determinazione lottò contro l’ardente desiderio di approfittarsi della vulnerabilità della donna. Solo si permise di accarezzare con estrema dolcezza la sua guancia, sussurrandole all’orecchio: - Vieni, torniamo di sopra. Certamente Etienne è rientrato dalla scuderia e non vorrei che provasse timore nel non trovarci. Troveremo una soluzione. Per ora, meglio così, poiché le “prove” sono state nascoste evitandoci un grande sforzo -.
Così dicendo, utilizzando il suo mantello, cancellò con cura la traccia sul pavimento. Solo lui e Francine, custodivano questo segreto. Al piano superiore, sgattaiolarono entrambi nella sala grande senza che nessuno li notasse. Appena in tempo, poiché dall’esterno si udì lo scalpiccio d’un cavallo e la voce di Etienne.
Entrambi si recarono nell’atrio dove il ragazzo già stava entrando di corsa: - Ehi, che cosa c’è? Perché tutta questa fretta? - Chiese il Cavaliere, prendendo il ragazzo per la giacca. Etienne, un po’ sorpreso, rispose ridendo: - Pensavo di portare a Renard Gris qualche carota, oggi sono riuscito a rubarne un mazzo alla cuoca, le ho nascoste nelle cucine per il mio amato cavallo -.
Poi gettando uno sguardo complice alla madre, riuscì a liberarsi dalla stretta di Clément e si precipitò in direzione delle cucine. Renard Gris era già quasi entrato dalla porta, volendo seguire il suo padroncino, ma alla vista di Madame e del Cavaliere, il furbo cavallo aveva fatto un paio di passi all’indietro.
- Beh, giusto in tempo! Sospirò Francine, guardando Clément con occhi che alludevano ai fatti poc’anzi accaduti sottoterra -.
Clément la guardò con la passione che continuava a bruciargli nel cuore, aggiungendo: - Ora devo recarmi dai miei uomini. Domani partiremo presto, devo ancora preparare molte cose; e penso… ho timore… che ci rivedremo solo al mio ritorno, se Dio vorrà -.
Il Cavaliere era rimasto immobile, il freddo che penetrava dal portone semiaperto condensava il suo respiro. Un lieve vapore saliva leggero, mentre gli spifferi d’aria turbinavano contro la tenda che separava l’atrio dalle scale che portavano al piano superiore. I capelli di Clément si arruffarono portando ciocche e ricci a ricoprire il suo viso, dandogli la triste espressione d’un bimbo al quale avessero distrutto il gioco più amato.
Ed a stento tratteneva le lacrime, brucianti, torbide ed accecanti negli occhi. Ma, orbene, un uomo non deve piangere! Così restò impassibile, fermo, poi con uno scatto che fece sussultare Francine, uscì dalla porta richiudendola con forza alle proprie spalle.
Quel rumore, quel tonfo repentino del legno e dei cardini contro lo stipite, rimbombò nel cuore di Francine. Risentì quel fragore ampliato a dismisura dall’eco dello spazio vacuo, lo sentì penetrare fino nelle ossa e divenire parte di se stessa. La chiusura esterna al suo essere, lo sapeva: egli non sarebbe più tornato a riabbracciarla prima di partire.
Il cuore di Francine parve per un attimo perdere il suo ritmo facendola precipitare giù dalla china delle sensazioni proibite, sempre più giù per poi confrontarsi con il pentimento ed il proprio onore. Sollevò l’orlo delle lunghe vesti, strinse attorno alle spalle il mantello di velluto e salì la scala.
Il mattino seguente, quando Etienne si svegliò e corse nella camera di sua madre, la trovò vestita. Il bimbo non sapeva che la donna aveva pianto tutta la notte, senza neppure trovare la forza di spogliarsi.
Due profondi cerchi scuri sottolineavano il già marcato rossore degli occhi. I capelli corvini erano riordinati da un fermaglio di legno, ma si vedeva che non erano stati spazzolati. Il ragazzo dubitò che la mamma avesse pianto, le gettò le braccia attorno al collo sussurrando: - Papà ritornerà presto. Poi tutto sarà come prima, vero mamma? Ritornerà anche la primavera… promesso mamma? -
Ora gli occhi di Etienne si rispecchiavano in quelli della donna, riflettendovi l’immagine di un ragazzo bellissimo e dolce, coi riccioli arruffati tutt’attorno al viso bianco come la luce lunare. - Certo amore. Tutto tornerà come prima. Noi tre insieme, per sempre! - rispose la donna baciandolo sulla fronte.
La neve aveva ormai ricoperto le tracce lasciate dai cavalli, partiti ancor prima che la luce del giorno inondasse le campagne circostanti. Così aveva deciso Clément, che con undici dei suoi uomini si era messo in viaggio per Orléans.
Quella mattina aveva rivestito la tunica nera dell’Ordine dei Cavalieri della Rosa Rossa, non quella bianca dei Templari.
Gli alfieri reggevano gli stendardi del suo casato, i quali sventolavano come neri messaggeri tra i fiocchi di neve candida. Era importante che chi li avesse incontrati, riconoscesse il figlio del Marchese de Claredon. Anche gli arcieri erano pronti, se fosse stato necessario, a scoccare le loro frecce.
Clément aveva lasciato a malincuore alle sue spalle la roccaforte, la donna alla quale aveva giurato amore oltre l’eternità e il piccolo Etienne. Ma aveva preso un impegno, e doveva portarlo a termine.
Si chiedeva, tra sé e sé, come lo avrebbe accolto suo padre. Ne provava nostalgia, aveva ormai perso il conto degli anni trascorsi dall’ultima volta che lo aveva rivisto a Venezia. Si mantenevano sempre in contatto, questo era vero, ma solo attraverso lettere. Suo padre non aveva interamente approvato le scelte operate da Clément; avrebbe avuto ben altri progetti per il proprio figlio. Ma in fondo al suo animo il Marchese Federico non aveva perso ogni speranza: molte cose doveva ancora spiegare e svelare al suo unico figlio.
In tempi remoti l’Ordine al quale apparteneva il casato dei “de Claredon”, era stato creato in onore di Epona, la dea celtica rappresentata da una donna a cavallo. Questa figura emblematica racchiudeva una potenza ben superiore a quanto era forse risaputo. Ben oltre le potenze dei regnanti, oltre quelle della Chiesa e, forse, oltre quelle raggiunte dagli stessi Templari.
Anche Padre Ubertus vi aveva fatto accenno, ma in realtà nessuno sapeva con certezza chi fosse realmente in possesso del Sacro Graal. Clément ricordava vagamente fatti accaduti durante la propria adolescenza, sapeva che suo padre era un uomo venerato ed aveva più volte udito gente che lo acclamava Grande Sacerdote. Egli era però totalmente all’oscuro delle pratiche arcaiche druide, celebrate in onore della Dea Epona, pratiche segretissime ancora utilizzate all’interno dell’Ordine.

Al loro arrivo ad Orléans, i dodici uomini furono accolti immediatamente nel palazzo ducale dallo stesso Enrico Plantageneto. L’accoglienza fu verosimilmente molto festosa, anche se al Cavaliere Clément parve fin troppo ossequiosa.
Fu messa a loro disposizione un’intera ala del palazzo, gli uomini ne approfittarono per ripulirsi per bene e riscaldarsi davanti ad un bel fuoco. Dopo un paio di ore, fu annunciato l’arrivo del Marchese de Claredon e Clément ebbe finalmente la gioia di riabbracciare suo padre.
Il Marchese non appariva molto diverso dall’ultima volta che Clément lo aveva incontrato; forse i capelli erano marcatamente più brizzolati e qualche solco sul viso appariva più profondo. Era comunque stupendamente in buona forma, malgrado egli avesse già oltrepassato la soglia dei sessant’anni.
- Figlio mio finalmente posso avere questo piacere. Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ci siamo visti? Ma lasciati guardare, mi sembri dimagrito e sciupato. È questo il prezzo della vita che hai deciso di condurre? Quanto tempo resterai ancora nella Gallia? Corre voce che vuoi tornare al più presto a Gerusalemme! Ma vieni, lasciamo queste discussioni per più tardi, quando saremo a quattr’occhi. Con il nostro caro amico Enrico, dobbiamo discutere di cose molto importanti -.
Il Marchese gettò un’occhiata furtiva verso il Duca che stava sopraggiungendo, poi continuò: - Penso che dovrebbe pure raggiungerci un mio carissimo amico, Monsieur de Bardac. A quanto pare, è ospite di Sua Signoria… come mai non è ancora fra noi? -
Il Duca, che appariva visibilmente molto imbarazzato, cercò con lo sguardo il suo fidato assistente e gli fece un cenno con la testa. - Certamente, miei cari Federico e Clément, Monsieur de Bardac ci raggiungerà entro breve. Ma seguitemi prego, la cena sarà servita tra poco -.
Il Marchese corrugò la fronte e rispose con un tono un tantino sarcastico: - Penso, caro Duca, che attenderemo l’arrivo del nostro amico de Bardac. Non ho comunque molto appetito, inoltre le questioni che ritengo saggio discutere al più presto, sono per te… come dire… di vitale importanza -.
Dallo sguardo del Duca, si capì che il messaggio era stato chiaro. Egli non riuscì a trattenere un’ingiuria, mal celata da un sorriso fin troppo mellifluo. Fece accomodare i suoi ospiti, che non si separarono dalle rispettive spade rimaste ben riposte nei loro foderi. Ciò sarebbe potuto apparire un’offesa diretta alla persona del Duca, ma non in quella specifica occasione e nessuno aveva osato porvi l’attenzione.
Dopo circa un’ora, fece ingresso nel salone anche Monsieur de Bardac. Il suo stato fisico era migliorato dall’ultima volta in cui Clément lo aveva visto, durante il suo viaggio astrale, quando si era per un breve attimo impossessato del suo corpo nell’intento di infondervi speranza e coraggio.
Evidentemente sollecitato dall’evolversi della situazione, Enrico Plantageneto aveva paura che, se fosse accaduto qualcosa a Monsieur de Bardac, l’ira del Marchese potesse riversarsi sopra di lui e rovinargli i suoi piani. Per questa ragione aveva subito ordinato di trasferire l’ospite nelle abitazioni ducali.
In passato il Duca aveva avuto la sfortuna d’essere confrontato con la potenza sovrumana del Marchese di Claredon: preferiva tenerselo buono, almeno fino a quando non avesse avuto lui stesso maggiore potere. Doveva solo attendere, con pazienza, poiché, grazie al dominio ulteriore acquisito sposando Eleonora d’Aquitania, presto sarebbe divenuto Re d’Inghilterra. A quel momento avrebbe potuto distruggere chiunque si fosse opposto al suo volere, chiunque!
Monsieur de Bardac non era al corrente di quanto era accaduto durante la sua assenza da Poitiers. Il Cavaliere Clément gli raccontò brevemente, senza entrare nei particolari, dall’arrivo dei suoi uomini nel feudo e del loro soggiorno presso la roccaforte.
Monsieur de Bardac che era visibilmente ancora segnato dalla lunga prigionia, aveva difficoltà a concentrarsi e continuava a tossire. - Quest’uomo necessita cure mediche! - Esclamò il Marchese con un tono seccato e perentorio: - Provvedete immediatamente! -
Ancor prima che lo stesso Duca potesse aprire bocca, uno dei servi scattò sull’attenti ed uscì correndo dal locale.
- Ora ascoltami bene, caro amico nonché duca Enrico! Se dovesse accadere qualcosa a quest’uomo, te ne riterrò personalmente responsabile e ti giuro che questa volta non avrò pietà. Né per te, né per il resto della tua stirpe -.
Il Marchese si era alzato, aveva posto con fermezza la mano destra sopra l’elsa della spada, gesto inequivocabile che non sfuggì neppure a Clément.
Il viso del Duca di Normandia si era fatto pallido, goccioline di sudore avevano ricoperto la fronte ed i lati della bocca. Inutilmente Enrico Plantageneto aveva cercato di asciugarle con un fazzoletto di pizzi e merletti, il suo malessere era chiaramente visibile. Non riusciva più a nascondere il disappunto che provava alle minacce del Marchese.
Clément era presente per la prima volta ad una situazione simile. Non aveva mai dubitato della potenza e della supremazia del proprio padre, ma non aveva mai visto la reazione che una persona da questi minacciata potesse manifestare.
Lui stesso provò un sentimento d’impotenza, forse anche di disagio. Suo padre doveva conoscere la Forza, e nuovamente non poté evitare di rievocare le parole di Padre Ubertus. Poi pensò alla piccola coppa custodita in una sacca di velluto che portava a tracolla, mentre la fiala di Padre Ubertus era ben protetta in un contenitore di pelle, custodito all’altezza del cuore. Non se n’era più separato dopo averla utilizzata per effettuare il viaggio astrale accompagnato dal monaco cistercense. Forse il mistero del Sacro Graal era da ricollegare con la coppa del drago? Clément non sapeva se sarebbe stato saggio parlarne con suo padre. Voleva dapprima attendere che questi facesse il primo passo, poi, se fosse stato necessario, avrebbe raccontato anche i particolari accadutigli durante gli ultimi mesi.
Dopo che Monsieur de Bardac fu preso in consegna da un medico il Marchese rinviò la discussione al giorno dopo. Evidentemente il Duca parve sollevato dall’offerta e non protestò. Doveva essergli passata anche la fame, poiché non rinnovò l’invito ai suoi ospiti, ma bensì si ritirò rapidamente nella sua abitazione.
Restarono il Marchese di Claredon e suo figlio con gli uomini di quest’ultimo. - Bene, ora che siamo tra uomini e senza bestie tra i piedi, possiamo pensare a rifocillarci. Lascio un paio dei miei soldati a guardia dell’alloggio di Monsieur de Bardac, anche se penso che sia superfluo… Il mio adorato amico Enrico, mi conosce fin troppo bene e sa che non scherzo. Venite, conosco una locanda poco distante da qui, non dobbiamo neppure prendere i cavalli -.
Rientrarono dopo un paio d’ore, satolli ma anche molto stanchi. - Padre, penso che anche tu preferisca andare a riposare. Io sono sfinito, gli eventi di queste ultime settimane mi hanno spossato, le mie forze sono allo stremo -.
Il Marchese guardò il figlio con occhio vigile, poi scosse la testa: - Eh sì, hai la stessa costituzione fisica di tua madre. Da lei hai ereditato anche la bellezza e… ma che ti racconto? Sì, certo, capisco Clément. Non preoccuparti. Domattina avremo tutto il tempo necessario per raccontarci le nostre vicissitudini di questi ultimi anni. Ora vai, ti auguro sogni d’oro. Ah, ancora un consiglio: abbiamo le camere comunicanti. Metterò a guardia due dei miei uomini ad entrambe le porte che danno sull’esterno. Tu provvedi ad organizzare che due dei tuoi veglino dall’interno… un po’ di precauzione non è mai troppa! Ed io di quella vipera velenosa non mi sono mai fidato. Non bere nulla che si trovi nella camera, prendi solo l’acqua che ti sei portato appresso, oppure chiedine ai miei uomini. Buona notte figlio mio, a domani -.
Il Marchese sparì dietro la porta della sua abitazione, dove due dei suoi uomini si erano messi sull’attenti. Clément entrò nell’abitazione accanto, seguito da tre suoi fidi soldati. Gli altri otto entrarono in un’altra camera.
Gustavo era per natura taciturno, era un uomo di poche parole, dedito al suo Cavaliere. Dopo essersi offerto di fare il primo turno di guardia, perlustrò con cura ogni angolo della grande camera dove erano stati preparati i letti. Questo era un lusso se si pensava alle notti passate nelle scuderie a dormire sulla paglia.
Clément non si separò dalla sacca di velluto, deponendola con gran cura sotto i cuscini alla sua sinistra. La fialetta donatagli dal monaco cistercense rimase ben celata sotto la sua casacca di lino, a contatto con la pelle. Sopra i cuscini depose anche la sua spada, così si sentì protetto e finalmente potè permettere al proprio corpo di riposare.
Era molto stanco e sapeva di essere effettivamente al limite delle proprie possibilità fisiche. Doveva riprendersi, perciò pregò Dio affinché il sonno giungesse veloce e privo di incubi. Non voleva neppure rivedere l’oggetto dei suoi desideri, Francine, in quanto ciò gli avrebbe nuovamente impedito di dormire. Voleva essere solo, sentirsi solo, ed in questa solitudine vagare fino a quando la sua mente avesse raggiunto la dimensione dell’altro regno.

Udì un leggero fruscìo, come quando un tessuto portato dal vento scivola toccando con un lembo il suolo. Poi il rumore leggero si fece più marcato, ricordandogli l’accarezzarsi delle grandi foglie di palme delle oasi nel Sinai, quando le dune di sabbia, strisciando con lentezza, modificavano i disegni ondulati sulle loro sommità. Era di nuovo un sogno? Oppure richiamava memorie del suo passato ad abitare quell’angusto momento, nel quale la sua mente stava per staccarsi dalla realtà per passare al sonno?
Percepì uno strano formicolìo e con un gemito, si accorse di non avere più né gambe né braccia. Queste si erano dissolte, volatilizzate. Al loro posto, qualcosa di soffice ed amplio aveva ora preso una forma materiale. Cercò di muoverle, portando queste ali membranose a contatto con l’aria. Con uno certo sgomento vide che delle zampe artigliate, possenti e grandi, era-no spuntate proprio sotto il suo corpo. “Iddio Altissimo! Spero si tratti di un sogno, un nuovo sogno dal quale tra un attimo mi risveglierò!”
Ma non aveva terminato di pensarlo che al suo lato, uscito come dal nulla, era apparso Padre Ubertus che gli parlò in un sussurro. - Ecco la tua natura. La tua vera natura, che celi nella tua mente da tempo incalcolabile. Tu sei il possente, puoi riprendere questa forma solo quando permetti al tuo spirito di librarsi senza il fardello del corpo materiale nel quale ripetutamente riprendi forma metafisica. Sei venerato da milioni d’anni, molti popoli, specialmente del lontano nord, ti hanno immortalato. La tua forza è illimitata e la tua chiaroveggenza è da sempre oggetto di profondo culto. Sei il Grande Drago, il Signore Assoluto di Docnobus ed a te mi inchino e chiedo indulgenza ed aiuto in questi tempi così oscuri. Ti chiedo di permettermi di seguirti, di restarti accanto e di portarti sostegno quando sarai sotto spoglie umane -.
Clément, che nelle spoglie del Dragone di Docnobus, aveva ascoltato con attenzione le parole di Padre Ubertus, doveva però ancora abituarsi a questo nuovo corpo e quindi rivolse su se stesso tutta la forza della mente.
Dopo un paio di forti respiri, dispiegò le ali, ne prese coscienza. Mosse la gran coda facendola dondolare per un breve attimo, poi aprì le fauci cosciente che avrebbe anche potuto produrre del fuoco, ma si chetò.
Come un apprendista, doveva imparare a misurare e a gestire questo nuovo corpo astrale. Con Padre Ubertus poteva comunicare mentalmente, portando il suo pensiero a vibrare nella sintonia giusta affinché il messaggio fosse comprensibile. “Perché ho questo corpo? Cosa significa? Quali sono le tue richieste?” La sua possente voce risuonava nella sua testa ed egli stesso ne aveva timore. Poi dispiegò le ali, con una forte spinta degli arti posteriori si gettò verso l’alto, con un guizzo, si portò all’esterno, nella notte scura che già aveva avvolto con il suo velo invernale la cittadina di Orléans. La neve ora stava scen-dendo lieve e candida, coprendo con la sua coltre ogni cosa. La voce di Padre Ubertus gli rispose, mentalmente: “ Egli è il tuo Totem, appartiene al tuo Clan. Ora che ti sei finalmente ritrovato con tuo padre… egli ti spiegherà. Devi confidare in lui, non temere, è burbero e potente ma ti ama moltissimo. Se questo è il destino, dovrai essere iniziato anche all’Ordine del tuo casato. Tu sei il suo unico erede, ma dovrai scegliere e ciò non sarà facile.“

Gustavo scuoteva con vigore il Cavaliere: - Clément, mio Signore, destati! Stai avendo un incubo, svegliati. Non temere, i tuoi uomini sono tutti qui, pronti a difenderti -.
Con un certo imbarazzo, Clément si mise a sedere. Il viso del suo soldato ed amico era a pochi centimetri dal suo, le fiamme del fuoco gettavano bagliori rossastri tutt’attorno. Clément bevve un sorso d’acqua dalla borraccia che Gustavo gli porse. - Scusami amico mio. Penso che ultimamente la mia mente mi giochi brutti scherzi -. Mentì. Era certo che non si era trattato di un banale incubo; ma non riusciva a comprendere il susseguirsi di questi episodi incontrollati. Una cosa era certa, con suo padre doveva discutere di molte cose e non solo politiche.

© claudine2007

 

venerdì, 06 febbraio 2009

Presentazione letteraria

Sabato 14 febbraio 2009 dalle ore 17:00 presso:

Il Libraio Emporio Libreria 
Via Romana No. 7/R
Firenze

Un momento per condividere la Magia ed i Sogni... dove ti trasporterò tra i meantri del Tempo... e sarai partecipe delle Rivelazioni...


con curiosità ti attendo.... un abbraccio
in serenità
:-)claudine

postato da: claudine2007 alle ore 21:27 | link | commenti (32)
categorie: presentazioni letterarie